Oggi vi racconterò in breve alcuni vissuti della mia Marathon des Sables. 

Che cos’è? 

Viene definita come una delle gare più dure al mondo.  

Mi sentirete spesso dire “viaggio”, piuttosto che “gara”, perché io la identifico in quello.  Una corsa lungo il deserto del Sahara marocchino.  Quest’anno era molto speciale, perché si festeggiava la 40° edizione. 

Come? 

Correndo una tappa intermedia di 100km.  La tappa più lunga mai fatta nella storia della MDS. 

Anzi, diciamo meglio: questa volta non racconterò tanto del mio viaggio, quanto di ciò che le donne in questa avventura mi hanno lasciato. 

Ispirazione, coraggio, tenacia, temerarietà, libertà, autenticità. 

Riconoscermi e identificarmi. 

Sentirsi viste, ancor prima di essere capite.  

Spero che questo piccolo racconto, che riflette un millesimo di ciò che è stato questo viaggio, possa in qualche modo far sentire visto e ispirare qualcuno di voi. 

Buona lettura. 

Il ritorno

14 aprile, l’avventura volge al termine. Sveglia alle 4.30 del mattino. Sobbalzo per non svegliare i miei compagni e mi catapulto a spegnere la sveglia. Mi preparo al volo, scendo di corsa dall’appartamento salutando per l’ultima volta anche quel luogo. Qualsiasi cosa mi sarebbe mancata al ritorno, quindi dovevo assaporarmi ogni singolo istante. 

Prima di partire per il Marocco avevo preventivamente prenotato un taxi, per paura di non trovarne. Qui potete già intuire la mia estrema tranquillità per i mezzi. Da quanto ero “tranquilla”, per sicurezza mi ero presa anche un biglietto da visita di un altro tassista in caso di emergenza: il grande Youness.  Un signore molto simpatico e gentilissimo che si era reso disponibile per eventuali spostamenti last minute verso l’aeroporto. 

asia e la medaglia

Tutte le foto sono di Asia Menci

Ma, fortunatamente, tutte le catastrofi che mi ero creata sabotandomi mentalmente, non si sono avverate. Il mio taxi è arrivato e Yassine, alle 5 del mattino, mi ha portata all’aeroporto di Marrakech Menara.  Mi sono scusata almeno 20 volte per averlo fatto svegliare così presto, ma lui, con estrema tranquillità, mi ha rassicurata dicendomi che non c’era alcun problema. 

Il viaggio è filato liscio, a parte all’arrivo in Italia, dove abbiamo ricevuto un controllo a sorpresa che ha allungato parecchio i tempi previsti. 

Una volta uscita dai controlli, ho trovato la mia famiglia ad accogliermi e aspettarmi con cartelloni tricolori pieni di scritte bellissime. 

La mia fortuna più grande, la mia famiglia. 

L’arrivo definitivo a casa è stato alle dieci di sera. Il tempo di sistemare qualcosa e fare una doccia veloce… ed erano già le 23.30. Naturalmente era la quarta doccia da quando avevo finito la gara e continuavo ancora a perdere sabbia. Non so se la trasudassi o dove diamine la stessi nascondendo.  Mia mamma, con grande gioia, si è ritrovata gli asciugamani color “arancione Sahara”. 

15 aprile, sveglia alle 6. 

Si torna al lavoro. 

Si ritorna alla vita quotidiana. 

“Mal di deserto”

Il lavoro mi ha assorbita fin da subito, ma la mia mente era sempre da un’altra parte. Il deserto mi ha completamente rapita e una parte del mio cuore è rimasta là. Per chi mi aveva detto “il deserto o lo ami o lo odi”, posso confermare ogni parola.

Un ambiente ostile.

Un silenzio quasi fisico, concreto.

Uno spazio che ti denuda da tutto ciò che è superfluo.

Prima di entrare devi chiedere il permesso e sperare che ti lasci passare e attraversarlo. Ma attento, non aspettarti comunque di trovare un percorso semplice.

Portagli rispetto e davanti alla natura non cercare di imporle la tua forza.

Ascoltati, ascoltala. Sii saggio e sappi quando fare un passo indietro.

Come avrete intuito, io mi sono innamorata di questo luogo immenso.

Un posto dove te, con ogni tuo pensiero, problema e preoccupazione diventi piccolo come uno dei suoi granelli di sabbia.

Per me, anche attraverso la brutale fatica, è stato un luogo di profonda meditazione.

Da quando sono tornata, non faccio altro che pensare a quelle dune morbide e dorate che, in quel momento, maledicevo perché ti facevano fare un passo avanti e cinque indietro, consumando fiumi di energie… ma insegnando silenziosamente tantissimo.

i piedi di Asia nel deserto

Quei tratti rocciosi che a volte sembravano appartenere a un altro pianeta.  I colori del cielo, così intensi da farti pensare: “Com’è possibile che siano così forti e affascinanti, se siamo sempre sotto lo stesso cielo?” 

Delle albe che non dimenticherò mai. 

I miei viaggetti notturni verso il bagno, fatti non solo per necessità, ma anche per fermarmi in mezzo al deserto, spegnere la frontale e guardare le stelle.  Anzi, lasciatemi dire: la galassia. Un sole che irradia un calore incredibile, ma insidioso. Non te ne accorgi, è secco, ti cuoce immediatamente la pelle e devi essere sempre coperto di crema solare.  La bocca si asciuga subito e ne è stata la prova schiacciante le mie labbra.  Le ho tenute rotte e screpolate per tutto il mio viaggio. 

E quando si alza il vento… preparati. Copriti subito con gli occhiali e il viso con il paracollo. Magari non sempre arriva la tempesta di sabbia, ma quando arriva sii pronto a non vedere più nulla ed essere inghiottito in una specie di tornado fatto interamente di sabbia. 

Ho visto animali, soprattutto di notte. Scorpioni, topolini. 

Luogo ostile ma pieno di vita

Ciò che trovi di vivente lì, ha imparato a nascere e sopravvivere con l’essenziale. E noi corridori della Marathon des Sables dovevamo seguire la stessa scia. Dovevamo percorrere 271km nel deserto del Sahara marocchino portando sulle spalle uno zaino pesante, dal 5 all’11 aprile, con tutto il necessario per…vivere. 

Non mi piace la parola “sopravvivere”, anche se le condizioni erano lontanissime da quelle a cui siamo abituati. Ma noi lì in realtà, stavamo vivendo davvero. 

Con la nostra passione ed il nostro perché. 

Donne

Come già detto, sono tornata da un paio di mesi da questo lungo viaggio e nel frattempo ne ho seguito un altro da un’altra del mondo: Cocodona 250.

Perché vi dico questo?

Perché vedere Rachel Entrekin fare qualcosa di così incredibile, non ha fatto altro che alimentare il mio “perché” e la mia voglia di continuare a mettermi in gioco in queste sfide. E come lei, anche tutte le altre donne che partecipano a queste avventure sono per me enorme fonte di ispirazione.

Potrei fare una lista infinita di nomi, ma qualsiasi donna che conosco (o anche che non conosco) e che con coraggio sceglie di buttarsi in veramente qualsiasi sfida, con tutti gli impegni quotidiani, il lavoro, gli incastri continui, al millimetro, perfetti come ogni incastro del puzzle… per me rappresenta un grande esempio.

Com’è successo anche alla Marathon des Sables.

Mentre correvamo oppure mentre vivevamo la nostra nuova quotidianità al bivacco, ho avuto l’onore e la fortuna di poter parlare con alcune donne provenienti da ogni parte del mondo. Ognuna con la propria storia ed il loro perché, eppure tantissime cose ci accomunavano.

asia nel deserto

A partire dalle sfide che dovevamo affrontare, il coraggio che mettevamo nel buttarci in una cosa del genere, la grinta e forza di andare avanti nonostante le vesciche, la voglia di sostenerci a vicenda per portare a termine ciò che avevamo iniziato.

Temerarietà, tenacia, resilienza, resistenza, determinazione. 

Essere selvagge, umili, lucide, libere. 

Eravamo tutte così felici di vedere così tante donne al via, il 30% dei partecipanti. E vi assicuro che nel mondo delle Ultra è qualcosa di incredibile. Non importava l’età… era bellissimo sentirsi rappresentate. 

Io mi sono sentita vista. 

Sì, proprio come in “Avatar”, il significato è proprio quello. Una profonda dichiarazione di riconoscimento e connessione, senza alcun giudizio, ma totale accettazione dell’essere umano che hai davanti. E lì ho vissuto davvero ciò che significa umanità. Le donne, qui, mi ricordano ogni giorno perché faccio questo. Per scoprire ancora una volta fin dove possono arrivare il mio corpo, la mia mente e il limite di Asia. 

E voglio chiudere riportando una frase del meraviglioso discorso finale di Rachel Entrekin dopo la sua vittoria assoluta a Cocodona 250: 

“Why not you?” 

Grazie, 

Asia 

Ciao, sono Asia! Amo correre, non importa dove, come o quando: l'importante è divertirmi, condividere il percorso con gli altri e sentirmi viva. Mi piace spingermi lontano e mettermi alla prova fisicamente e mentalmente. Sono una trottola in continuo movimento!