Mi chiamo Marta Ripamonti e ho quasi 34 anni. Sono nata a Borgomanero in provincia di Novara, ma mi sono trasferita sul Lago di Mergozzo all’imbocco della Val d’Ossola da ormai due anni, almeno sono più vicina alle montagne. Lavoro nell’Ufficio Commerciale & Marketing della JULBO, un noto brand di occhiali da sole e maschere da sci.

Condivido il mio tempo migliore e il mio appartamento piccolissimo con un setter inglese dolcissimo, che si chiama BuT in onore della Bettelmatt Ultra Trail, la prima gara che ho corso, all’epoca furono solo 24 i chilometri percorsi – non ero ancora da ultra, o meglio: non le conoscevo o mi sembravano chilometraggi irraggiungibili.

Ho sempre fatto sport, ma mai mai in modo agonistico perché la priorità è sempre stata lo studio. Comunque non mi sono mai privata di una partita a tennis, pallavolo, nuoto; in più sono cresciuta con due genitori alpinisti e un nonno presidente del CAI e quindi la montagna (intesa come trekking) era la routine della domenica, immancabile in ogni giornata di sole.  

marta e la discesa

Tutte le foto di Marta Ripamonti

Come il tutto si sia poi trasformato in una passione per le ultra, non mi è ancora chiaro ma è stato tutto molto veloce: le compagnie sbagliate (ahahah), aver voglia di obiettivi che al tempo non trovavo nel lavoro, avere del tempo tutto per me, in cui non dovevo render conto a nessuno ma dovevo solo fare i conti con la mia forza. Piano piano ho scoperto che più facevo fatica, più ne volevo fare.

Sicuramente i primi 24 chilometri alla Bettelmatt UltraTrail, che si corrono quasi interamente tra i 2000 e 3000 metri su traversi costantemente innevati, hanno dato il via a tutto. Non mi ero mai commossa davanti alle montagne, finché non è arrivato quel mix tra fatica e bellezza. E da lì, credo, di non esser più riuscita a farne a meno.

La prima 100 km a Courmayeur (la GTC Gran Trail di Courmayeur – quando ancora non era così blasonato) è stata sicuramente una delle sfide più dure, ma che ha consolidato questa passione per le ultra distanze, per la corsa di notte, per la tranquillità e al contempo l’adrenalina che lasciano queste esperienze (senza provare è difficilissimo capire, ma è anche difficile da spiegare e raccontare!). Non riuscivo a mangiare, non riuscivo a dormire, stavo bene ma non andavo avanti.

Il rapporto col cibo in gara è ancora oggi difficilissimo, una lotta costante con me stessa: non sento la fame, la fatica la annienta completamente. Ho mandato all’aria un po’ di gare perché non mi accorgevo di aver fame; adesso mi obbligo, mi prendo il mio tempo, ma non è sempre facile.

marta stanca

 

Ogni anno mi pongo piccole sfide diverse. Da quando c’è stato il COVID la possibilità di viaggiare si è praticamente annullata, allora ho iniziato a pensare al Tor des Géants che quest’anno sarà il mio grande obiettivo: non è sicuramente l’obiettivo di una vita (fino a 6 anni fa non sapevo neanche cosa fosse), ma è di certo diventato l’obiettivo di un pezzo di vita, fatta di nuovi orari, nuovi compagni d’avventura, nuovi stimoli, nuovi modi per esser felice.

Per il futuro, mi entusiasmano le gare a tappe, l’antartide in bici, percorrere alte vie non più segnate, provare a diventare un po’ piu’ veloce e più forte per provare a salire in classifica. Insomma: c’è il tempo, c’è la curiosità e ogni anno ogni stagione avrà i suoi obiettivi.

Quindi, se mi chiedeste fra 10 anni dove sarò, vi direi: esattamente qui, sicuramente con più acciacchi, sicuramente ancora più vicina alle montagne: l’imbocco di valle non mi basta!

Ma per quest’anno il vero obiettivo sarà quello del TOR, che è un po’ quello che tutti gli ultrarunner sognano, quelli veri, quelli che non lo sono diventati per moda, quelli che non lo sono diventati per trovare un loro posto nel mondo o un loro posto nei social.

Marta ripa e il capretto

 

Di questi anni di esperienza personale nelle ultra, mi colpisce sicuramente l’aumento della presenza femminile, ma soprattutto mi colpisce quanto le donne stiano abbassando il distacco in termini di cronometraggio rispetto ai compagni uomini. Impressionante quanto il livello femminile si stia alzando, sintomo di una forte costanza e dedizione tipica del DNA femminile, che si ripercuote anche negli allenamenti.

Il numero di donne nelle ultra rimane comunque basso e chiaramente non è da sottovalutare quanto una cultura macista e radicata a vecchie costrizioni sociali (soprattutto in territorio italiano) limiti la presenza delle donne nell’UltraTrail. I doveri lavorativi e domestici sono costrutti sociali che vincolano le ore di allenamento necessarie per le ultratrail: senza dimenticare le convenzioni sociali che ci ingabbiano a ”madri e mogli” facendo sentire in colpa coloro che si prendono il proprio tempo. La cosa non coinvolge personalmente me, ma è vissuta/subita da tantissime ragazze con cui corro. Questo è un forte limite alla presenza femminile nelle Ultra.