Oggi cambio un pochino registro per una puntata più narrativa e un incontro più emotivo in quella che è stata la storia del mio mondiale in maglia azzurra. 

Nel mio blog (www.sarahgiomi.it/blog) ho raccontato mesi di preparazione a partire da un infortunio fino ad arrivare alla convocazione in nazionale, “Road to 100k (maybe)” per l’appunto, il titolo del blog. Un sogno nato nell’incertezza e dalle crepe di un’atleta.

Nell’ultimo articolo avevo lasciato i lettori con la convocazione annunciata e tanta gioia nel cuore, per un percorso di crescita incredibile iniziato poco più di un anno prima.  Un sogno nato mentre stavo seduta infortunata sul divano che mi ha portato a vivere una delle esperienze più incredibili della mia vita.

Fino a che…

Non è il capitolo che avrei voluto scrivere. Ma il blog è sempre stato il tentativo di raccontare cosa c’è dentro un sogno mentre lo si insegue — con tutta la fatica, la paura, l’imprevisto — allora non posso fermarmi proprio ora, proprio quando la storia prende una piega indesiderata. E ho decido di condividerlo anche con i lettori e lettrici di della rubrica “The Extra Mile”. 

Nel prossimo articolo della rubrica entrerò in modo più approfondito nella storia usandola come “caso studio” per riprendere passo passo tutti i concetti affrontati in questo nostro percorso e rileggere quanto ho vissuto attraverso gli strumenti del mental coaching e della psicologia positiva in modo che diventi uno strumento utile a me stessa e a voi lettori: un ulteriore extra mile per le nostre corse future.

Una settimana di squadra, prima di tutto

Al raduno con la squadra Nazionale ad Abbadia San Salvatore abbiamo costruito qualcosa che andava oltre l’allenamento: affiatamento, fiducia, la sensazione di essere davvero una squadra — sei atlete e sei atleti pronti a indossare la stessa maglia e a onorarla. Chilometri ben oltre il mio standard, qualità vera tra salite, pista e lunghi. Una settimana che porterò con me qualsiasi cosa sia successo dopo.

Sono stati giorni di conferme sul mio stato di forma, sul legame che avevo con le compagne e la voglia di dare il massimo al mondiale che si avvicinava sempre di più.

la squadra femminile italiana

Tutte le foto di Sarah Giomi

L’estate è corsa via veloce, torrida, umida, faticosa. Sveglie prima dell’alba per allenarmi evitando il caldo estremo, ferie passate ad allenarmi con la grande pazienza di mio marito, che nei limiti del possibile cercava sempre di esserci. Una preparazione dura, fisicamente e psicologicamente, che mi ha portato miglioramenti reali, anche cronometrici. Sentivo che stavo ancora crescendo. I ritmi aumentavano e le gambe non mi tradivano negli allenamenti più intensi. Mano a mano che il 20 settembre (data del mondiale) si avvicinava, il mio corpo mi stava dando ottimi segnali. Ero pronta. O almeno, lo credevo.

Il corpo che torna a parlare

In mezzo a tutto questo, il mio corpo ha scelto proprio quel momento per raccontarmi qualcos’altro. Dopo anni di amenorrea sportiva, è tornato a “funzionare”. Ritenzione idrica altalenante, pesantezza alle gambe, dolore al seno mentre correvo — e poi il ciclo, arrivato puntuale a due settimane esatte dall’appuntamento più importante della mia stagione.

Non lo scrivo per il gusto del dettaglio. Lo scrivo perché fa parte della storia, e perché troppo spesso certi cambiamenti del corpo femminile restano fuori dal racconto sportivo, come se non contassero. Contano. Con quel ritorno è arrivato anche un po’ di mal di schiena: un fastidio leggero, nella parte bassa, che compariva a fine seduta di qualità e si risolveva in poche ore. Ho fatto un controllo dalla fisioterapista. Tutto sotto controllo, pensavo.

Una settimana prima, tutto è cambiato

Dopo l’ultimo allenamento di qualità, una volta finita la seduta il dolore è tornato, questa volta più intenso fino a diventare invalidante. Zoppicavo camminando. Tutta la parte sinistra della schiena coinvolta — coccige, medio gluteo, quadrato dei lombi. A una settimana dalla gara.

Non volevo crederci. Dopo tanto lavoro, così vicino all’evento della mia vita. Mi sono chiesta, e continuo a chiedermelo: le variazioni ormonali e i movimenti uterini, nuovi per un corpo fermo da tempo, avevano destabilizzato l’assetto del bacino? Oppure dovevo guardare all’anno incredibile di gare fatte, 100k, 50k, maratone, mezze… che si è sommato allo stress di lavoro degli ultimi mesi, ai cambiamenti di vita, al carico emotivo per un evento che per me aveva un alto valore di significato. A volte dimentichiamo quanto non siano solo gli stimoli dell’allenamento a pesare sul nostro sistema nervoso. Siamo esseri umani con delle vite e dei vissuti sempre in movimento.

Sono quindi iniziati trattamenti fisioterapici quotidiani, urgenti. Ho avvisato i tecnici della Nazionale, per correttezza verso la squadra prima ancora che verso me stessa. A due giorni dalla gara il dolore era ancora lì, persistente, e mi faceva zoppicare anche solo camminando. Insieme, con delle consulenze professionali, abbiamo scelto di tentare l’estremo: un antiinfiammatorio, il Voltaren, per sfiammare il più possibile e tentare di zittire il male. Mi ha tolto il dolore nel camminare. Correndo però, lo sapevo, l’avrei sentito comunque — magari con un’intensità minore. Volevo provarci lo stesso. Volevo dare un contributo alla squadra. Lo dovevo alla fiducia che mi era stata data, alla maglia azzurra, alle mie compagne, e a me stessa.

Il via, e il dolore da subito

Il percorso prevedeva un breve tratto in discesa ripida da ripetere venti volte — circa 5 km di giro, da ripetere fino a completare i 100k. Il dolore l’ho sentito fin dal primo chilometro. Ogni volta quel tratto in discesa me lo ricordava con forza; ripartire e ritrovare corpo e ritmo dopo quello strappo era estenuante.

Speravo che il tempo e la distanza mi avrebbero abituata a quel dolore. Ho continuato. Al male si sono sommati gli effetti collaterali del farmaco: disidratazione, indebolimento muscolare. Non erano le mie gambe a correre. Il ritmo era facile, dal punto di vista cardiovascolare ero in pieno controllo, ma dal 30° chilometro i muscoli hanno cominciato a svuotarsi. Mi sentivo debole, non reattiva. Avevo la sensazione che ad ogni passo rischiassi un crampo.

Ho stretto i denti. Probabilmente per compensare il dolore alla bassa schiena, ho sovraccaricato in modo anomalo la gamba sinistra: dolore al flessore, al tendine del retto femorale. Faticavo ad alzarla. Zoppicavo ormai apertamente.

sofferenza dell'atleta

48 chilometri, e una domanda vera

Ho camminato qualche minuto, cercando di riprendermi mentalmente. Ho deciso di riprovare. Bastano due passi e sento un dolore insopportabile al coccige. Zoppico ancora. Mi viene da piangere — per il dolore, per il dispiacere, non saprei dire.

Volevo onorare la maglia azzurra. Ma in quel momento ho dovuto chiedermi cosa significasse davvero, “onorare”. Significava trascinarmi zoppicando per altri 52 chilometri? Era davvero utile a me, alla squadra, alla maglia? Le mie compagne mi passavano vicino: “Sarah, non mollare.” Ma cosa significa, davvero, “mollare”? In circostanze così, cosa ti rende un’atleta, una persona, una compagna di squadra? Che significato assume la parola “coraggio”?

Con le lacrime agli occhi, ho staccato il pettorale dalle graffette e l’ho abbassato.

Game over? No.

Essere utile in un altro modo

Ho zoppicato fino alla tenda italiana dei ristori. Una piccola crisi di pianto, tra gli abbracci dei tecnici, il tempo di riprendermi da quello schiaffo dritto in faccia. E poi ho capito che l’unico modo per rendermi utile, in quel momento, era supportare le mie compagne: acqua, sacche di ghiaccio, gel, shottini anti-crampo, incoraggiamento, tifo sfegatato. Dovevo esserci, nel modo più utile possibile.

All’arrivo ho festeggiato quelle incredibili atlete italiane che hanno dimostrato — ognuna a modo suo — coraggio, resistenza, amore per la maglia azzurra. Di nuovo qualche lacrima, guardandole tagliare il traguardo stremate ma con un sorriso di soddisfazione meraviglioso. Invidiavo quel sorriso. Ma invidiavo anche la fatica: i loro crampi, il loro sudore, quella sete insaziabile. Perché amo quello che faccio, amo questo sport, amo la 100 km. È un incontro con se stessi, con le proprie fatiche, con i propri limiti più profondi — da scoprire ogni volta in modo diverso. Ogni traguardo, una nuova me. Tra crisi, cadute e riprese. Tra dolori, gioie e soddisfazioni immense.

Sarah di spalle

Quello che non voglio perdere

Non voglio rinunciare a tutto questo. È una parte importante di me. Mi prenderò qualche giorno per riflettere, a mente e cuore freddi, su quanto è successo — senza cercare risposte veloci a domande che meritano tempo.

Le sconfitte insegnano più dei successi, se si resta aperti all’ascolto e a nuove evoluzioni. Non siamo mai fermi: siamo esseri in continua trasformazione. Sopravvive chi sa adattarsi e imparare, per diventare — giorno dopo giorno — una versione migliore di sé, come atleta e come essere umano.

Un esercizio Extra Mile: 

Se ti va, portati a casa tre domande, prima di chiudere questo articolo:

  • C’è un momento della tua vita in cui hai dovuto ridefinire cosa significa “non mollare”?
  • Cosa ti rende davvero coraggiosa o coraggioso, quando le circostanze non ti permettono di seguire il piano?
  • Se una sconfitta fosse solo un altro modo di imparare, cosa ti insegnerebbe quella più recente?

E adesso tocca a te

Se ti va, raccontami nei commenti il tuo pettorale abbassato: quel momento in cui fermarti è stata, in fondo, la scelta più coraggiosa. E se ti va di dirmelo: per te cosa significa, davvero, “non mollare”?

Ti aspetto nel prossimo articolo!

Triathleta e runner di ultra distanza, atleta semi-professionista ma soprattutto appassionata. Laureata in Scienze Psicologiche con specializzazione in Progetti di Prevenzione e Trainer EUPC (European Prevention Curriculum). Master in Sport Performance Coach e Insegnante di respiro Academy Inspire Italia. Per approfondimenti visita il mio sito www.sarahgiomi.it