Aprile 7, 2021

Francesca Billi e la dimensione del viaggio

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Francesca Billi, di cui trovate la Scheda&Bio qui, ha di recente portato a termine la Transgracanaria (130km). Le abbiamo fatto qualche domanda per conoscerla un po’ più da vicino.

Francesca, raccontaci qualcosa di te.
Ho 45 anni vivo a Genova. Sono sposata e ho due ragazzi di 20 e 17 anni. Sono laureata in giurisprudenza, esercito la professione di gestione immobili e ho sempre adorato il trekking, prima ancora della corsa. Ho iniziato a correre per caso e un giorno un mio caro amico mi disse “ma a te piace correre e piace la montagna perché non vieni con me alla gara “aschero”?” – una gara in provincia di Savona – e da quei primi 30 km la mia vita è stata stravolta. Sono arrivata tra gli ultimi, fradicia perché pioveva, ma quel sorriso in volto me lo porto ancora dietro

Secondo il DUV, hai partecipato a 34 gare dal 2013 ad oggi. Quale di queste ti è rimasta nel cuore?
Il mio sogno nel cassetto era correre la Marathon des Sables, una gara in autosufficienza completa (escluso per l’acqua che viene approvvigionata, ma in modo razionato, dall’organizzazione). È una gara a tappe di 250 km in 6 giorni nel Sahara marocchino, con temperature diurne intorno ai 50 gradi e notturne intorno ai 7-8

MdS dalla tenda
Tutte le foto gentilmente concesse da Francesca Billi
Francesca nel deserto

La dimensione del viaggio mi ha sempre affascinata, e questa esperienza mi ha cambiato profondamente, mi ha fatto riscoprire la mia indole nomade e mi ha riportato all’essenzialità del tutto. Nel deserto dove non c’è niente ho trovato il mio tutto perché mi sono connessa alla mia parte più intima.

Hai avuto momenti di difficoltà, momenti in cui hai avuto paura?
No, non ho mai avuta avuto paura. Era il sogno della mia vita quindi l’ho affrontata con un entusiasmo pazzesco, anche perché venivo da due mesi di pubalgia e pensavo di non riuscire a farla. La cosa forse più faticosa è stata, un giorno, trovarmi su un erg, all’una del pomeriggio con lo zaino e 50 gradi e mi girava un po’ la testa per il caldo, lo sforzo e il peso dello zaino. Per il resto, l’ho affrontata come un sogno, la possibilità di vivere un sogno bellissimo e mi sentivo profondamente grata.

Quale gara hai nel cassetto?
Più di una. Sicuramente le gare a tappe che compongono i Four Deserts di RacingThePlanet (Namib Race – Namibia, Gobi March – Mongolia, Atacama Crossing – Cile and The Last Desert – Antarctica). Nella gare a tappe c’è la dimensione umana, ci si ritrova in tenda alla sera con i propri compagni di viaggio.

Questa dimensione di gara è uno spazio tutto mio, lontano dai rumori del mondo, dalle preoccupazioni del quotidiano che vivo come un tempo sospeso. Un regalo a me stessa, perché me lo merito :). E poi, un aspetto da non trascurare è che nelle gare a tappe il corpo si sfibra meno perché recupera a fine tappa.

Qualche settimana fa hai partecipato alla Trasgracanaria Classic. Sei stata l’unica italiana (insieme a Francesco Cucco). Un meteo non molto favorevole. Ci vuoi raccontare come è andata?
E’ stata una sfida nella sfida. Già prima di partire ho affrontato diverse difficoltà, dovendo studiare tutta la normativa in materia Covid e viaggi all’estero. Ma ci tenevo particolarmente, perché dovevo andare a prendere la medaglia che non era riuscita a guadagnarmi nel 2017, quando al 98simo km rimasi fuori dal cancello orario – cioè il tempo limite entro cui devi arrivare in un certo punto della gara – per 10 minuti. Dopo 4 anni era giunto il momento di tornare.

Tre ore prima della partenza ci è arrivata una mail dall’organizzazione in cui ci avvisavano che il tempo sarebbe stato inclemente e che avrebbe piovuto; quindi mi sono trovata a cambiare tutto l’assetto gara e a cambiare equipaggiamento, sia da un punto di vista fisico ma soprattutto un nuovo equipaggiamento mentale.

La partenza dalla spiaggia di La Cantera con inno Canarino e la colonna sonora della gara che partiva per noi 300 audaci temerari è stata colma di significato. Ho fatto un video e non nego che spesso me lo riguardo per riprovare quell’emozione, per ricordare a me stessa chi sono e cosa ho sperimentato.

Arrivo Transgrancanaria

La gara è dura già di per sé, ma le previsioni meteo avverse hanno amplificato un po’ il tutto. Ho passato 28 ore e mezza sotto la pioggia, con la faccia sferzata da un vento gelido e le mani ghiacciate. Ma ho razionalizzato e mi sono detta “beh, sei iscritta al Tor Des Geants quindi smettila di frignare perché non c’è il meteo che ti aspettavi e procedi. E’ tutto allenamento non solo fisico ma anche mentale, che nelle ultra lo sai bene, è il 50%.”

Quest’anno ho intrapreso un percorso di formazione personale per diventare un mental coach e grazie alla PNL (programmazione NeuroLinguistica ) ho potuto applicare alcune tecniche di visualizzazione su me stessa e, con una cadenza scientifica, sono arrivata ad ogni checkpoint 2 ore prima rispetto al tempo massimo.

E poi alle 3 di domenica mattina scendere dall’interno dell’isola e vedere laggiù quel traguardo illuminato è stata una sensazione che mi porterò dentro tutta la vita, perché dopo un viaggio così intenso dentro e fuori di te sei combattuta tra la voglia di arrivare e la nostalgia di quella dimensione che hai vissuto per tutte quelle ore.

acqua

Le donne che corrono, e le donne che corrono le ultra, stanno aumentando di anno in anno, ma la percentuale rispetto agli uomini è ancora molto bassa. Secondo te perché? Quali sono gli ostacoli maggiori per le donne che vogliono intraprendere questo sport?
Sinceramente non ne vedo: se vuoi puoi. Sicuramente devi avere una famiglia che ti appoggia e un lavoro che ti permetta di dedicare abbastanza tempo agli allenamenti, dato che parliamo di almeno 80 km a settimana. Io penso che se una donna desidera ardentemente qualcosa lotta per andarselo a prendere e gli esempi sono tanti nella vita politica nello spettacolo nell’arte e nel lavoro.

Corri per mangiare o mangi per correre? 
Mangio per stare bene. Ovviamente il mio fisico richiede del nutrimento funzionale alla mia attività, come per qualsiasi lavoro o esercizio svolto nel quotidiano.

Che impatto ha il ciclo sui tuoi allenamenti e gare?
Sono fortunata perchè non ho un ciclo doloroso. Siamo donne quindi ci alleniamo nei 28 giorni e gareggiamo nei 28 giorno, non lo vedo un problema. Ma per la Marathon Des Sables ho iniziato ad assumere la pillola a causa delle condizioni igienico-sanitarie: sapevo che l’acqua sarebbe stata razionata dall’organizzazione e con le 4 bottiglie che ti vengono consegnate a fine tappa devi:

  • Lavarti (a cielo aperto)

  • Lavare gli indumenti (stesi poi sulla tenda ad asciugare, sperando che non esploda una tempesta di sabbia…..ahahha)

  • Bere

  • Cucinare colazione e cena

  • Riempire le borracce fino al checkpoint della tappa successiva

 
Hai un’allenatrice/allenatore che ti segue?
Si, il mitico Davide Grazielli, mister 100 miles, l’unico italiano ad essere sceso sotto le 20 ore alla Western State 100 Miles Endurance Run. Mi segue da 4 anni, mi conosce e “cerca” di tenermi a bada. Ma grazie a lui ho fatto il salto di qualità. Non che io sia un’atleta performante, tutt’altro, ma mi ha aiutato a raggiungere gli obiettivi che per me sono importanti. Il mio obiettivo non è superare gli altri, ma essere oggi la migliore versione di me rispetto a Ieri.