Viviamo in un tempo in cui tutto cambia in fretta: lavori, relazioni, città, perfino i nostri profili online. L’identità non è più qualcosa di stabile, è diventata “liquida”: siamo spinte a reinventarci continuamente, a dimostrare di valere attraverso quello che facciamo, produciamo, mostriamo.

Zygmunt Bauman ci parla di modernità liquida, dove tutto scorre e cambia in fretta, e mancano punti fermi e confini chiari. La definizione di noi stessi finisce per passare attraverso quello che facciamo: il lavoro che abbiamo, i risultati che otteniamo, quanto riusciamo a “tenere insieme” senza crollare.
Per le donne questo si intreccia con un copione antico, che ci è stato insegnato in modo più o meno esplicito: il valore e la felicità passano attraverso il sacrificio.

Fin da piccole impariamo messaggi sottili e potenti:

  • “Se ti impegni abbastanza, allora potrai essere felice

  • “Prima il dovere, poi – forse – il piacere”

  • “Se reggi tutto senza lamentarti, allora sei ‘brava’”

Il risultato è che molte di noi vivono la felicità come premio a fine gara, e non come condizione naturale da cui partire.

Ci sentiamo autorizzate a riposare, gioire, stare bene solo dopo aver spuntato tutte le caselle: lavoro, famiglia, cura degli altri, allenamento fatto, obiettivi raggiunti. Se qualcosa salta – un infortunio, un periodo di stanchezza, un cambio di rotta – non va in crisi solo l’agenda: va in crisi l’idea stessa di meritare benessere.

La corsa spesso diventa la scena perfetta per questo copione: più fatico, più soffro, più “merito” di sentirmi bene dopo. Se non ho dato tutto, se non sono sfinita, è come se non avessi diritto alla soddisfazione, è come se non avessi “fatto”, e quindi chi sono se non “faccio”?

Eppure, siamo di più di ciò che facciamo! Se torni al corpo e alle emozioni, il messaggio è un altro: quando corri, la felicità non arriva dopo la gara come medaglia simbolica. La senti dentro il processo, in quei momenti di allineamento in cui passo, respiro e testa vanno insieme. Quella sensazione non è un bonus: è la tua natura che si ricorda chi sei, prima dei ruoli e dei risultati. È il corpo che ti richiama alla presenza, all’armonia interna che ti regala quella sensazione di appagamento e serenità che fa parte di te, che ti appartiene di diritto “semplicemente” per il fatto di essere viva!

Lavorare sul proprio “perché corro” significa anche questo: spostarsi da una logica di felicità-premio (“sarò felice quando avrò fatto…”) a una logica di felicità-origine (“corro perché questa attività mi permette di contattare una parte di benessere che è già mia, anche se il resto del mondo mi chiede sempre di guadagnarmela”).

Felicità: traguardo da meritare o condizione di partenza?

“La felicità te la devi meritare.” Siamo autorizzate a stare bene solo dopo aver:

  • lavorato abbastanza

  • retto abbastanza

  • dimostrato abbastanza forza e resistenza

Il messaggio è: “prima fatti la guerra, poi – forse – ti concedi pace”. Nella corsa questo si può tradurre in: allenamenti vissuti come esami, gare come giudizi finali, benessere rimandato a dopo il prossimo obiettivo.

La psicologia positiva ci ricorda invece che il benessere non è un bonus a fine carriera, ma una base fisiologica e psicologica da cui partire per poter davvero fiorire. Non corriamo solo per conquistarci il diritto di essere felici. Corriamo anche perché, da qualche parte sotto gli strati di stanchezza e doveri, quella felicità esiste già e ci chiede spazio.

Proprio per questo vale la pena fermarsi e chiedersi: da dove parte davvero il mio “perché corro”? Dalla testa o dalle emozioni? Dalla mancanza o da qualcosa che è già lì?

Qui le emozioni sono la bussola migliore. Diventarne consapevoli può aprire lo spazio per un lavoro interiore, che si sgancia da aspettative e ruoli sociali, per ritornare a sé come essenza, e alla corsa come momento di ascolto e contatto profondo, in cui ritrovarsi davvero. 

La medaglia che non ti definisce

Pochi giorni fa Federica Brignone ha vinto l’oro olimpico nel Super-G, e in un’intervista ha detto che quella medaglia non la definisce come persona, che ciò che la definisce davvero è quello che fa ogni giorno, il lavoro silenzioso che nessuno vede.
Ha aggiunto che di quella medaglia non aveva realmente “bisogno”: non le mancava per sentirsi completa – e forse proprio per questo oggi ce l’ha al collo.

Questa è la differenza tra identità e risultato. Il risultato lo guadagni, lo perdi, lo batti, lo migliori. L’identità la costruisci passo dopo passo, nelle scelte quotidiane, molto prima e molto dopo la finish line.

Traslato nella nostra vita di endurance: non sei “quella del personale”, “quella della 100K”, “quella della maglia azzurra”. Se domani quei risultati sparissero, resteresti comunque tu: con il modo in cui ti presenti all’allenamento, ti prendi cura del corpo, guardi le altre donne in griglia di partenza, scegli di esserci anche quando nessuno ti cronometra.

Partire dalle emozioni per trovare il tuo vero “perché”

Invece di chiederti subito “che obiettivo voglio ora?”, prova per un momento a stare su questa domanda: “Che emozione sto inseguendo quando corro?”

Forse cerchi:

  • libertà (dalle aspettative, dai ruoli, dal giudizio)

  • presenza (un posto in cui, finalmente, non ti senti divisa in mille pezzi)

  • fiducia (la sensazione che il tuo corpo sia un alleato, non solo un progetto da correggere)

  • gioia pura, senza motivo

  • altro…

Queste emozioni non sono premi a fine percorso. Sono coordinate per impostare meglio il percorso stesso. Se il tuo allenamento e i tuoi obiettivi ti portano sempre più lontano da queste sensazioni, qualcosa va ricalibrato.

Non è la corsa a dare a te un ruolo, ma tu a dare un ruolo alla corsa nella tua vita!

Due modi di usare la corsa: fuga o incontro

Quando chiedo “perché corri?”, molte donne rispondono con frasi che, tradotte, suonano così: “Corro per staccare”, “per non pensare”, “per dimenticare tutto il resto”. È umano: la corsa è uno strumento potentissimo di evasione.

La ricerca parla proprio di escapismo: usare la corsa per “scappare da” qualcosa (self-suppression) oppure per “andare verso” qualcosa di più grande di noi (self-expansion). Nel primo caso, il movimento serve a spegnere emozioni difficili; nel secondo, le emozioni diventano materiale con cui crescere.

Nella pratica:

  • Cosa come fuga
  • Esco quando non ne posso più, spingo per non sentire, torno a casa e mi ributto nel vortice uguale a prima
  • Uso gli allenamenti come anestetico: meglio la fatica nelle gambe che quella in testa.

  • A lungo andare rischio due cose: o l’esercizio-dipendenza, o il crollo, perché la vita che sto evitando prima o poi bussa alla porta.

  • Corsa come incontro
  • Esco per fare spazio: ai pensieri, al respiro, alle sensazioni del corpo
  • L’allenamento diventa un luogo in cui mi ascolto di più, non di meno

  • Non scappo dallo stress: lo guardo da un’altra prospettiva, passo dopo passo, e spesso torno a casa con una decisione più chiara, non solo con il Garmin pieno

La differenza non è nel numero di chilometri, ma nell’intenzione emotiva con cui li fai. Studi recenti mostrano che quando usiamo la corsa in modo “di incontro” – per allargarci, non per cancellarci – aumentano benessere e resilienza; quando la usiamo solo per sopprimere ciò che proviamo, il rischio è di incastrarci in un copione di fuga che non finisce mai.

Portare questa domanda dentro il tuo “perché corro” è già un extra mile mentale: oggi sto correndo per fuggire da me stessa, o per incontrarmi un po’ di più?

Un piccolo esercizio “extra mile”

Al prossimo allenamento, ti propongo questo

  • 1

    Prima di partire, chiediti: “Che cosa spero di sentire, alla fine di questa corsa?” (una parola sola: calma, forza, leggerezza, orgoglio…).

  • 2

    Alla fine, nota che emozione c’è davvero e scrivila da qualche parte

  • 3

    Dopo qualche uscita, guarda le parole che ritornano: lì dentro c’è il tuo vero perché

Non deve piacere a nessuno, non deve essere “nobile”, non deve essere instagrammabile. Deve essere tuo.

E adesso tocca a te

Se ti va di condividere, mi piacerebbe leggere nei commenti:

  • Qual è la credenza che ti porti dietro più spesso? “Devo meritarmi la felicità”, “Valgo solo se faccio fatica”, “Se mi fermo, perdo tutto”…

  • La corsa per te è fuga o incontro?

  • Che emozione ti accorgi di cercare di più quando corri?

  • C’è un risultato (una “medaglia”) che pensavi ti avrebbe definita e che invece, una volta ottenuto o mancato, ti ha fatto capire che tu sei molto di più?

Nel prossimo “The extra mile” parleremo di obiettivi: come scegliere traguardi che non ti svuotino, ma che siano allineati a chi sei davvero e alle emozioni che vuoi coltivare lungo la strada, non solo al traguardo. Come affrontare i momenti di crisi nel percorso e come vivere i “fallimenti” con atteggiamento vincente.

Triathleta e runner di ultra distanza, atleta semi-professionista ma soprattutto appassionata. Laureata in Scienze Psicologiche con specializzazione in Progetti di Prevenzione e Trainer EUPC (European Prevention Curriculum). Master in Sport Performance Coach e Insegnante di respiro Academy Inspire Italia. Per approfondimenti visita il mio sito www.sarahgiomi.it