Vi siete mai chieste che cosa prova una persona razzializzata quando corre per strada? Quando siete sulla linea di partenza e vi guardate intorno, quante persone nere vedete vicino a voi?

Il libro e la sua tesi

Running While Black: Finding Freedom in a Sport That Wasn’t Built for Us di Alison Mariella Désir è un libro che parte da un gesto che molte di noi conoscono bene, ovvero correre, per decostruirlo alla luce della sua cosiddetta neutralità. Correre è davvero per tutte e tutti? L’argomento principale di Désir è chiaro sin dalla prima pagina: la corsa, spesso raccontata come uno sport universale, è in realtà uno spazio storicamente costruito attorno alla bianchezza, sia in termini di rappresentazione sia di accesso e potere. All’inizio del libro Désir racconta di come si sia avvicinata alla corsa per uscire dalla depressione, e di quanto abbia esistato a lungo, avendola sempre percepita come un’attività da persone bianche: “Sometimes it’s easier to pretend something is white people’s shit than it is to reckon with the historical and cultural factors that have stolen everyday activities and places and made them off-limits for us” (“A volte è più difficile fingere che qualcosa sia ‘roba da bianchi’ piuttosto che fare i conti con i fattori storici e culturali che hanno sottratto attività e spazi quotidiani, rendendoli inaccessibili per noi”).

Tra memoir e critica culturale

Attraverso una scrittura che alterna memoir e critica culturale, Désir si muove tra esperienza personale e ricostruzione storica nel contesto statunitense. Eppure, molti aspetti possono essere ripresi per capire le storture italiane nel racconto della corsa e dello sport in generale.

Una delle frasi più potenti del libro sintetizza bene questa tensione: “Runners know that running brings us to ourselves. But for Black people, the simple act of running has never been so simple” (“Chi corre sa che la corsa ci riporta a noi stessi. Ma per le persone nere, il semplice atto di correre non è mai stato così semplice”).

Il diritto al movimento

Il nodo centrale del libro sembra essere proprio il significato della corsa per reclamare un diritto al movimento che non è distribuito equamente. Désir lo esplicita quando scrive che correre è “a declaration of the right to move through the world” (“una dichiarazione del diritto di muoversi nel mondo”), ma subito dopo si (e ci) domanda: se correre significa occupare spazio pubblico, perché per alcune persone (intendendo le persone razzializzate) questo spazio si trasforma in una continua negoziazione? In un altro passaggio afferma infatti che: “We are just runners on the road, I’d heard someone say. Rhetoric like that didn’t normally land for me because it simply was not true. But I was grasping for anything that would give me a sense of connection and community” (“Siamo solo runner sulla strada, avevo sentito dire a qualcuna. Una retorica del genere di solito non faceva presa su di me perché semplicemente non è vera. Tuttavia mi aggrappavo a qualsiasi cosa potesse darmi un senso di appartenenza e comunità”).

Storia, memoria e cancellazione

Questa negoziazione è profondamente radicata nella storia stessa della corsa. Uno degli aspetti più interessanti che Désir recupera nel libro riguarda le origini della maratona di New York. Ted Corbitt (1919 – 2007), maratoneta afroamericano, è insieme al New York Pioneer Club una persona a cui il movimento statunitense della corsa su lunga distanza deve moltissimo. Definito ‘il padre dell’ultramaratona’, ha introdotto alcuni standard fondamentali come la misurazione precisa dei percorsi e, soprattutto, l’idea di una maratona che attraversasse tutti e cinque i distretti di New York. Oppure cita il caso di Wyomia Tyus, la prima atleta in assoluto a vincere l’oro olimpico nei 100 m piani in due olimpiadi consecutive, anche se i media ricordano solamente l’impresa di Carl Lewis. La vicenda di Tyus in particolare rende evidente come la discriminazione subita dalle donne nere non sia riconducibile a un unico asse, ma si costruisca nell’intreccio tra genere e razza. Una condizione che, come osservava Claudia Jones, espone le donne nere a più forme di oppressione, e che il femminismo nero, negli scritti di Angela Davis, ha contribuito a rendere visibile proprio mostrando l’inscindibilità di razza, genere e classe. Tuttavia, queste storie sono state in gran parte rimosse, e oggi la paternità della maratona di New York in particolare, viene comunemente attribuita a persone bianche.

Narrazione e razzismo sistemico

Questo scarto tra contributo reale e riconoscimento simbolico è esattamente ciò che Désir mette in crisi perché la corsa è stata costruita anche da soggetti razzializzati, ma viene narrata come se non lo fosse, evidenziando un razzismo sistemico che non riguarda solamente lo sport. Come lei stessa osserva, scoprire questa storia ha significato rendersi conto che “we’ve been here this entire time” (“siamo state qui per tutto il tempo”), e che l’esclusione è spesso il risultato di una narrazione distorta anziché di una reale assenza.

Il libro racconta come correre significhi anche confrontarsi con una memoria selettiva. Chi viene ricordato o ricordata, chi viene cancellato o cancellata, e con quali effetti sul senso di appartenenza e riconoscimento.

Il contesto italiano

Ho trovato un forte punto di contatto con il contesto italiano, soprattutto se letto attraverso gli scritti di Nadeesha Uyangoda, in particolare Corpi che contano (2024, pubblicato da 66th and 2nd). Nei suoi testi, Uyangoda insiste sul fatto che i corpi razzializzati nello spazio pubblico italiano siano costantemente oggetto di interpretazione e sospetto. Attraverso il racconto dell’intreccio tra classe, genere e razza, traslato nello sport, questo significa che la presenza non coincide automaticamente con il riconoscimento.

Se da un lato Désir racconta l’esperienza di essere spesso l’unica persona nera negli spazi della corsa, dall’altro Uyangoda evidenzia come in Italia le persone razzializzate nello sport siano frequentemente visibili solo in quanto eccezione o caso mediatico, mai come parte strutturale del sistema. In entrambi i casi, ciò che emerge è una tensione tra presenza e legittimità.

Comunità e spazio collettivo

Un altro passaggio chiave del libro di Désir insiste sulla dimensione collettiva: “all of us moving together… we’re here, we’ve been here, and we’re not going anywhere” (“quando ci muoviamo insieme… siamo qui, lo siamo sempre state, e non ce ne andremo”). È una frase che sposta il discorso dall’esperienza individuale alla costruzione di una comunità, e che risuona con la necessità (evidente anche nel contesto italiano) di creare spazi autonomi in cui ridefinire chi può occupare il campo, la strada e lo spazio pubblico.

In questo senso, Running While Black non è solo un libro sulla corsa, ma un testo che costringe a riconsiderare lo sport come campo di tensione politica dove si intersecano corpo, razza, genere, classe e potere. La corsa, che nella narrazione dominante appare come uno degli sport più accessibili (basta un paio di scarpe del resto, no?), emerge invece come uno spazio profondamente stratificato e contestato, dove la libertà di movimento non è mai garantita allo stesso modo per tutte e tutti. “When I hear white runners say ‘keep politics out of running’ or that running publications and brands should ‘stick to running’, and that ‘race’ and ‘social issues’ don’t belong in running, I hear someone denying structural racism, bias and white supremacy – denying my reality and the reality of millions of others” (“Quando sento runner bianche dire ‘lascia la politica fuori dalla corsa’ o che le riviste e i marchi di corsa dovrebbero ‘pensare solo alla corsa’, e che ‘razza’ e ‘questioni sociali’ non c’entrano nulla con la corsa, si tratta di persone che negano il razzismo strutturale, i pregiudizi e la supremazia bianca, negando anche la mia realtà e quella di milioni di altre persone”).

Il libro infine mostra che anche un gesto così essenziale come la corsa, è attraversato da una storia di esclusioni e appropriazioni. Riscrivere quella storia partendo dalla propria esperienza incarnata, come fa Désir, significa anche aprire la possibilità di immaginare uno sport diverso, in cui il diritto di muoversi (e di esistere) non sia più una conquista, ma un dato di partenza.

Alison Mariella Désir
Running While Black: Finding Freedom in a Sport That Wasn’t Built for Us
2022
Penguin Random House

Per approfondire, consigliamo anche il documentario Making History at the Super Bowl of Trail Running | We Are Here di Carrie Highman, che segue sette donne nere britanniche mentre affrontano uno dei palcoscenici più prestigiosi del trail running mondiale: le finali dell’UTMB World Series 2025 a Chamonix.
Alessandra Saviotti è una ricercatrice e attivista culturale con un dottorato conseguito alla Liverpool John Moores University (UK). Ex-ginnasta, ora corre principalmente le lunghe distanze su strada e su trail. È co-fondatrice della piattaforma HRV4Training e scrive principalmente di pratiche artistiche socialmente impegnate, attivismo e dell'effetto emancipatorio dell'arte e dello sport. 'Mi sono fatta prendere' è la sua newsletter su Substack.