
Io alla 100km di Winschoten
C’è un momento, nelle gare di ultradistanza, in cui il cronometro smette di essere il centro della scena e rimani soltanto tu: il tuo respiro, i tuoi pensieri, il tuo corpo che chiede ascolto. È lì che nasce davvero The extra mile: non il chilometro in più sul GPS, ma quel tratto interiore in cui inizi a chiederti chi sei, cosa stai cercando e che tipo di vita vuoi costruire fuori e dentro al pettorale.
Sono Sarah Giomi, laureata in Scienze Psicologiche, a pochi passi dalla laurea magistrale in Psicologia, master in Sport Performance Coaching, trainer ufficiale EUPC (European Prevention Curriculum) e Breath Coach Academy Inspire Italia. Il mio lavoro ruota attorno a prevenzione e promozione del benessere, con un’attenzione particolare alle donne che scelgono sport “oltre il limite” come ultramaratona e trail.
Accanto alla formazione c’è la mia storia da atleta: ho corso ultramaratone su strada e trail, ho vissuto in prima persona preparazioni lunghe, notti insonni prima delle gare, esaltazioni e crolli, infortuni che ti costringono a fermarti proprio quando vorresti accelerare. Ho conosciuto il fascino dei 100 km e il silenzio pesante di certi arrivi in cui fuori va tutto bene, ma dentro qualcosa scricchiola…o viceversa! Questo vissuto ha cambiato il modo in cui studio, lavoro e ascolto le persone: ogni concetto di fisiologia, psicologia positiva o epigenetica che porto nei percorsi e in questa rubrica l’ho prima incontrato sulla pelle, nel respiro corto in salita, nelle crisi al 45° chilometro, nei momenti in cui la testa voleva mollare e il corpo chiedeva un altro linguaggio.
Questa rubrica nasce proprio da qui: dall’incrocio fra studio scientifico e vita vera sul campo, per offrire uno spazio sicuro e competente in cui parlare di salute, benessere fisico e mentale al femminile, dentro e oltre l’ultraendurance.
Perché una rubrica per donne e ultraendurance
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha iniziato a riconoscere che la salute dell’atleta donna non può essere trattata come una semplice “variante” del modello maschile, e come, allo stesso tempo, le donne possano avere una particolare resilienza nelle ultradistanze, una diversa gestione dei substrati energetici, una capacità di resistenza mentale e fisica incredibile.
The Extra Mile vuole stare esattamente in questo spazio: tra la spinta alla performance e il bisogno di proteggere la salute; tra la voglia di mettersi alla prova e la capacità di ascoltarsi; tra il “quanto vado forte” e il “come sto davvero”.
Dal sopravvivere al vivere: benessere come ritorno, non come forzatura
Il cuore della mia ricerca – e del Barefoot Alpine Method™ che sto sviluppando insieme al dott. Claudio Lombardo in alcuni articoli citerò il nostro lavoro – è proprio questo: ricordare al corpo e alla mente che lo stato naturale non è l’allarme continuo, ma un equilibrio dinamico in cui possiamo sentirci presenti, lucide, con energia stabile e capacità di recupero. Il benessere non è un trofeo che si conquista stringendo i denti: è una condizione che il corpo conosce e alla quale possiamo tornare, se gli diamo gli stimoli e lo spazio giusti.
Qui entreranno in gioco concetti come psicologia positiva (non “pensiero magico”, ma scienza del flourishing), autoefficacia (Bandura), epigenetica (come gli stimoli modificano l’espressione dei nostri geni), respirazione funzionale, interocezione e ascolto del corpo, ritmi circadiani, gestione dello stress e del recupero. Non come slogan, ma come strumenti pratici per la vita reale di chi corre, lavora, si allena, ama, si prende cura degli altri e, spesso, si dimentica di sé. Temi che esploreremo percorrendo assieme l’ “extra mile”.
Parlo di benessere, non lo faccio “da fuori”, ma da dentro: ogni esercizio di respirazione che propongo, ogni riflessione sulla gestione dello stress, ogni invito alla prevenzione è passato attraverso il mio corpo, le mie difficoltà, le mie scelte. E continuamente imparo anche dalle atlete che seguo: dal loro modo di tenere insieme resistenza, vulnerabilità, forza e fragilità.
Questa rubrica vuole essere uno spazio in cui tutto questo può essere nominato senza filtri: dove la prestazione non è negata – al contrario, viene riconosciuta e valorizzata – ma inserita in un quadro più ampio di salute e senso.
Una rubrica dialogica: The Extra Mile è anche tuo
Per questo, fin da subito, ti invito a:
La qualità di questo spazio dipenderà tanto da chi scrive quanto da chi legge e risponde: è un percorso che possiamo costruire insieme, un chilometro alla volta.
Il prossimo passo: perché corro davvero?
Non sarà un elenco di motivazioni generiche, ma un viaggio tra identità e vissuto sportivo: chi sono quando corro, cosa cerco nelle distanze lunghe, che relazione c’è tra la donna che sono nella vita quotidiana e quella che emerge dopo ore di fatica su strada o in montagna. Parleremo di come la corsa può diventare:
Se ti va, inizia già da ora a pensarci: se dovessi spiegare a una persona che non ti conosce perché corri, cosa diresti? Portati questa domanda con te al prossimo allenamento. Ne parleremo insieme, qui, nel prossimo “extra mile”.
Se senti che è arrivato il momento di uscire dalla modalità sopravvivenza e costruire un modo più sano e coerente di vivere lo sport e la tua vita, allora sei nel posto giusto. Questa rubrica è per te, e non vedo l’ora di leggere chi sei, cosa sogni e quali “chilometri in più” vuoi esplorare.

Ciao Sara,
un annetto fa, qualche riga che avevo scritto sul perchè corro è stata condivisa su goodmorning runlovers, te la lascio sotto… magari ti può essere utile.
Come tanti ho iniziato a correre in un momento difficile della mia vita. Dopo due figlie, 5 anni che non facevo sport e l’aver abbandonato i miei obiettivi di carriera che tanto avevo inseguito mi ritrovavo in un buco nero, per di più lontano dalla mia famiglia natale. Mi sentivo terribilmente sola e senza obiettivi miei, se non quello di non far mancare l’amore alle mie figlie e la mia vicinanza, proprio quella che io avevo tanto desiderato dalla mia mamma, che c’era molto di rado.
Prima di diventare mamma andavo in bici e su quelle salite mi liberavo di ogni negatività e ritrovavo me stessa, ma come conciliare la famiglia, il lavoro, i miei sensi di colpa con il tempo necessario ad un allenamento in bici da corsa? Così dopo giorni, mesi, anni di tristezza, nella solitudine di una corsa ho cominciato a salire dalle viscere in cui mi ero cacciata. Ho messo le scarpe e allacciandole, senza saperlo, ho ripreso in mano la mia vita. Quei primi 5 km sono stati terribilmente lunghi e faticosi, ma a casa dopo facendo una veloce doccia stavo bene, come non accadeva da tempo. E così la magia della corsa ha avuto inizio, ho ripetuto quei 5 km ancora e poi mi sono data l’obiettivo di arrivare a 10 e il giorno che li ho fatto ho iniziato a fantasticare sul tagliare il traguardo di una mezza maratona e così è stato, l’unica che ho fatto, perché poi l’amore per la montagna la bellezza di averle vicino a casa mi hanno fatto scoprire il trail. Di gare ne sono venute altre, di km e dislivello ne ho macinati abbondantemente in 2 anni, ma la corsa per me rimane quella magia unica di farmi sentire come una bambina, senza problemi, senza pensieri, felice e leggera; è la mia medicina, la mia psicologa, la mia droga. Grazie a lei sono uscita dal mio buco nero!
Col tempo poi ho anche imparato che grazie a lei, sto insegnando alle mie figlie ad amare loro stesse, a non alienarsi, ad avere un obiettivo e fare di tutto per raggiungerlo, perché per tenere a bada i miei sensi di colpa che mi vogliono mamma, moglie e lavoratrice sempre al top, incastro le corse negli orari più improbabili!
Oggi posso aggiungere che la corsa ormai fa parte di me, che credo non mi riconoscerei più senza!
Grazie per la tua rubrica, il benessere viene prima della performance, ad ogni livello e anzi penso che senza benessere non ci possa essere performance di qualità. Mi rivedo anche io nell’essere sempre in allerta, sempre con la testa al prossimo impegno, ma se da un lato la corsa a tratti diventa un impegno, per me crea la forza di affrontare tutto il resto!
a presto
Laura